Nel 2011 il numero di imprese coinvolte in procedure fallimentari è quasi raddoppiato rispetto al 2007, superando gli 11.000 casi. Tra dicembre 2011 e febbraio 2012 i prestiti bancari alle imprese si sono ridotti di oltre 16 miliardi di euro. E anche glli investimenti produttivi sono scesi di più del 6 per cento nei primi mesi dell’anno rispetto al 2011. La costituzione di nuove imprese rallenta e la disoccupazione, specie quella giovanile, aumenta. Le famiglie con difficoltà economiche e prive di garanzie da prestare agli istituti di credito sono attualmente il 18 per cento del totale: una platea ampia di soggetti che in gran parte possono accedere a interventi di microcredito e per i quali l’opportunità di un nuovo lavoro rappresenta la possibilità di un riscatto sociale e morale. Il sistema economico necessita di strumenti che sostengano in ogni modo l’impresa e l’autoimpiego, anche attraverso il microcredito.
È quanto emerge dallo studio del Censis «Crisi di sistema e microcredito in Italia», promosso dall’Ente nazionale per il microcredito, che è stato presentato oggi presso la sala stampa della Camera dei deputati da Giuseppe De Rita e Mario Baccini. Il dossier fa il punto sulle fasce deboli della popolazione e sulle condizioni di crisi del tessuto produttivo, individuando i soggetti in grado di usufruire di interventi di microcredito e rilanciando l’esigenza di un centro di coordinamento e monitoraggio delle attività di microfinanza.
“Non siamo certamente all’emergenza sociale – ha detto Giuseppe De Rita, presidente del Censis –, ma alcuni segnali di crisi non possono essere sottovalutati: 500.000 posti di lavoro in meno, 13.000 imprese chiuse, una disoccupazione giovanile che aumenta in modo inarrestabile. Proprio per questo penso che sia il momento – ha concluso De Rita – per mettere a valore e non per eliminare tutti gli strumenti che possono aiutare le famiglie e le imprese a ripartire generando nuovo lavoro, anche attraverso il microcredito, che responsabilizza chi lo usa e consente di non essere soggetti passivi del welfare, ma contribuenti attivi grazie all’autoimpiego”.