La procura generale indiana ha presentato oggi nei confronti dei marò italiani un’ipotesi di accusa basata sul Sua Act, la legge anti-pirateria, in particolare facendo riferimento ad un’articolo del testo che comporta fino a dieci anni di carcere per i colpevoli di violenza.
“Il capo d’imputazione presentato oggi in India dall’Attorney General è assolutamente sproporzionato e incomprensibile: assimila l’incidente a un atto di terrorismo. L’Italia non è un Paese terrorista – si legge in una nota di Palazzo Chigi – Qualora fosse convalidata dalla Corte Suprema, questa tesi sarebbe assolutamente inaccettabile. Si tratterebbe di una decisione lesiva della dignità dell’Italia quale Stato sovrano, di cui i due fucilieri della Marina sono organi impegnati nel contrasto alla pirateria conformemente alla legislazione italiana, al diritto internazionale e alle decisioni rilevanti del Consiglio di sicurezza dell’Onu”.
“Si tratterebbe – prosegue la nota – di un esito di estrema gravità, sconcertante e contradditorio. Esso comporterebbe conseguenze negative nelle relazioni con l’Italia e con l’Unione Europea, con ripercussioni altrettanto negative anche sulla lotta globale contro la pirateria”.
“Abbiamo riproposto con forza la richiesta che i marò tornino in Italia in attesa di una soluzione sul processo” ha detto l’inviato Staffan de Mistura.
La Corte suprema di New Delhi, incaricata di esaminare il ricorso italiano sulla vicenda dei marò, ha fissato una nuova udienza per martedì 18 febbraio.
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