Il pubblico più distratto si accorse di lui quando i francesi già lo osannavano, chiamandolo “Pantanì”, con l’accento sull’ultima vocale.
Era l’estate del 1994, e l’Italia si innamorava di quel giovanissimo atleta, che dopo il secondo posto al Giro d’Italia era riuscito a conquistare un sorprendente podio al Tour de France.
Per molti, con quel fisico lì, appena 54 chilogrammi di peso, le caratteristiche da scalatore puro, la Grande Boucle non l’avrebbe potuta vincere mai. Non c’erano riusciti Bugno e Chiappucci, figurarsi lui, che peraltro era tra i peggiori nelle cronometro.
Eppure nella pancia del tifo azzurro nasceva la speranza di poter vedere nuovamente un italiano sfidare in maglia gialla sugli Champs Elysees, a distanza di 29 anni dal trionfo di Felice Gimondi.
L’avventura del “pirata” inizia in quell’estate del 1994, con la voce di Adriano De Zan che racconta agli spettatori della Rai i primi passi di Pantani in bici, nel team Fausto Coppi di Cesenatico, e i primi successi tra i dilettanti. Il tutto mentre vanno in onda le immagini di Pantani, con i pantaloncini della Carrera, che sembravano jeans a gambe corte, e il look poco curato, senza il pizzetto e la bandana che lo avrebbero contraddistinto negli anni a venire.
Il racconto, poi, cade nella trappola della sfortuna. Un incidente in automobile, nel 1995, impedisce a Pantani di partecipare al Giro d’Italia. Segue un secondo incidente, nello stesso anno, terribile: un fuoristrada che viaggia in contromano lo investe durante la Milano-Sanremo. Tibia e perone frantumati. Una gamba da ricostruire. Alcuni hanno il coraggio di dire quello che molti pensano: carriera finita.
Invece Pantani risale in bici. Al tifoso non gliene frega più niente se vince o perde. Gli basta di vederlo in gruppo. Di sapere che ci sta provando. Poi, quello che viene viene. Ma lui stupisce, riparte daccapo. Cambia team, passando alla Mercatone Uno, in una squadra costruita per esaltarne le doti di scalatore. Lui è il Pirata, gli altri sono la sua ciurma.
Ci pensa un gatto, a fare affondare la sua nave. Attraversandogli la strada durante una tappa del Giro d’Italia, una di quelle inutili per la classifica generale.
Pantani prova a risalire in bici. Sulle gambe numerose escoriazioni. Gli bastano poche pedalate per accorgersi che il lavoro di mesi è andato in fumo.
Gli appassionati di ciclismo ricordano il pugno dato al manubrio, mandato in onda dalla regia mobile Rai in slow-motion. Nel telegiornale della sera il referto dell’ospedale di Cava de’ Tirreni: lacerazione di un centimetro nelle fibre muscolari. Giro d’Italia finito.
L’anno si conclude bene per il Pirata. Nonostante sia a corto di allenamenti per l’infortunio subito, al Tour de France riesce a vincere due tappe, sull’Alpe d’Huez e a Morzine, uscendo allo scoperto e manifestando per l’anno successivo chiare ambizioni di vittoria.
Il 1998 è in effetti l’anno della sua consacrazione. Quello della doppia vittoria al Giro d’Italia e al Tour de France.
Pantani vince, anzi stravince. Non fanno più notizia le sue imprese in scalata. Ogni avversario è costretto ad arrendersi. Nessuno riesce a tenere il suo passo in salita.
Pantani riesce ad andar forte persino a cronometro. A 28 anni, nel pieno della maturità atletica, sembra finalmente andato incontro a quell’appuntamento col destino che la sfortuna gli aveva fatto più volte rinviare.
L’anno successivo, le strade del Giro vedono il Pirata macinare chilometri e vittorie. Nemmeno più la sfortuna è capace di fermarlo: sulla salita di Oropa gli salta via la catena, e gli avversari sembrano poterne approfittare per guadagnare minuti di vantaggio nei suoi confronti. Pantani si esalta, e il pubblico da casa con lui, nel raggiungere e superare ad uno ad uno i suoi avversari, fino a trionfare solitario con le braccia alzate.
Il Giro d’Italia è di nuovo suo, nessuno sembra in grado di potergli contendere la vittoria.
Ma a Milano, vestito con la maglia rosa, Pantani non ci arriverà.
La sua carriera finisce prima, a Madonna di Campiglio. Il 5 giugno, alle ore 10.10, quando viene comunicato l’esito di un test effettuato dall’Uci: ematocrito superiore alla soglia del 50%. Che non significa doping, ma che fa nascere il sospetto del doping. E che ha una conseguenza immediata: stop forzato di 15 giorni, a scopo precauzionale.
Le immagini trasmesse dai telegiornali vedono Pantani in tuta da ginnastica uscire dall’albergo con la mano fasciata (lo immagini subito, il vetro rotto con un pugno per sfogare la rabbia), andare incontro ai cronisti e dire “Mi sono rialzato, dopo tanti infortuni, e sono tornato a correre. Questa volta, però, abbiamo toccato il fondo. Rialzarsi sarà per me molto difficile”.
I tifosi, divisi tra quanti credono alla sua innocenza, e quanti sarebbero disposti comunque a perdonarlo, gli rimangono sempre vicino.
Pantani, vittima della depressione, passa i successivi anni tra tentativi di rimettersi in bicicletta e periodi di resa. Torna a gareggiare, e regala ancora emozioni vincendo qualche tappa al Giro d’Italia e al Tour de France. Ma con una crescente prostrazione nel morale, che far sempre più fatica a celare, causata dalle ombre del doping sulla sua carriera.
La notizia della morte di Pantani arriva come un pugno nello stomaco il 14 febbraio 2004. Il Pirata è stato ucciso da un’overdose di cocaina in una stanza del residence “Le Rose” di Rimini.
A dieci anni di distanza, le condanne per doping a carico dei suoi rivali dell’epoca, la pubblica confessione di aver fatto uso di doping del sette volte vincitore del Tour de France Lance Armstrong, e le dichiarazioni rilasciate da Danilo Di Luca alla trasmissione “Le Iene”, accrescono il rammarico per la tragica fine di Pantani, lasciato troppo solo a fronteggiare il peso di un mondo malato, quello del ciclismo, che cerca ora di riguadagnare credibilità.