La spesa per prestazioni sociali in Italia è pari al 28,6% del Pil, superiore al 27,7% della media dei Paesi Ue.
Tra quelli europei, rivela l’Istat, il nostro sistema di welfare è uno dei meno efficaci. La disuguaglianza nella distribuzione del reddito è aumentata da 0,40 a 0,51 tra il 1990 e il 2010. Si tratta dell’incremento più alto tra i paesi per i quali sono disponibili i dati.
Le differenze di genere, di età, di titolo di studio e di posizione contrattuale sono le principali fonti della disuguaglianza nella distribuzione dei redditi lordi da lavoro sul mercato.
Il vantaggio degli individui con status di partenza “alto”, ossia che a 14 anni vivevano in casa di proprietà e che avevano almeno un genitore con istruzione universitaria e professione manageriale, rispetto agli individui che invece provenivano da famiglie di status “basso”, ossia con genitori al più con istruzione e professione di livello basso e con casa in affitto, è più basso in Francia (37%) e in Danimarca (39%), mentre è molto forte nel Regno Unito (79%), in Italia (63%) e Spagna (51%).
Nel 2015, a tre anni dal conseguimento del titolo, risulta occupato il 72% dei laureati (77,1% nel 1991) e il 53,2% ha trovato un’occupazione ottimale (ossia caratterizzata da un contratto standard, altamente qualificata e di durata medio-lunga).
La crescente vulnerabilità dei minori è legata alle difficoltà dei genitori a sostenere il peso economico della prima fase del ciclo di vita familiare, a seguito di opportunità di lavoro scarse e precarie. Per loro l’incidenza della povertà relativa è salita dall’11,7 al 19% tra il 1997 e il 2014.
Nello stesso periodo migliora la condizione degli anziani: l’incidenza della povertà relativa è scesa da 16,1 a 9,8%, associata sia al progressivo ingresso tra gli ultrasessantaquattrenni di generazioni con titoli di studio più elevati e una storia contributiva migliore sia all’essere percettori di redditi sicuri.
Tra i servizi offerti dai Comuni, quelli socio-educativi per i bambini da 0 a 2 anni hanno una valenza particolare: oltre a essere uno strumento di conciliazione, influiscono positivamente sullo sviluppo psicologico dei bambini, influenzando i futuri esiti scolastici, le disuguaglianze di reddito e formative e l’intero percorso di vita delle persone. Gli investimenti fatti nel periodo pre-scolare, peraltro, risultano avere rendimenti sullo sviluppo del “capitale umano” maggiori rispetto a quelli più tardivi.
I bambini di età compresa fra 0 e 2 anni che usufruiscono di servizi socio-educativi comunali o finanziati dai comuni sono circa il 13% del totale, con differenze territoriali estremamente rilevanti: si va dal 4,0% nel Mezzogiorno al 18,4% al Centro.
La diminuzione dei consumi a rischio e la maggiore diffusione di abitudini salutari (ad esempio una vita non sedentaria e il consumo di frutta e verdura) accomuna tutte le generazioni.
In generale, i bambini e i ragazzi che vivono in famiglie con buone risorse economiche e un livello sociale più elevato presentano una minore esposizione al rischio di condurre stili di vita non salutari. Quando entrambi i genitori seguono stili di vita scorretti, il rischio di assumere lo stesso comportamento da parte dei figli raddoppia per l’eccesso di peso, cresce di tre volte e mezzo per il fumo, quadruplica per l’alcol e aumenta di nove volte e mezzo per la sedentarietà.
Il titolo di studio incide sulla speranza di vita, soprattutto per gli uomini. A 80 anni la quota di uomini laureati sopravviventi è del 69%, contro il 56% di chi ha al massimo la licenza media. Tra le donne laureate la quota è invece dell’80%, contro il 74% di chi ha basso titolo di studio.
Il numero di ricoveri è andato costantemente riducendosi. Le dimissioni ospedaliere sono passate da oltre 12,8 milioni nel 2001 a 9,4 milioni nel 2014 (-26,7%). Il contributo alla diminuzione dei ricoveri è derivato unicamente dalla componente dei ricoveri per acuti (-29,2%), che costituiscono il principale motivo di ricovero (91,1% dei ricoveri complessivi nel 2014). Nello stesso periodo i ricoveri di lungodegenza, che rappresentano l’1,2% del totale, sono aumentati del 39,3%; quelli per riabilitazione, il 3,7% del totale, del 16,3%.
Dal 2003 al 2014 l’età di pensionamento si è progressivamente innalzata. L’età media dei nuovi pensionati di vecchiaia è passata da 62,8 a 63,5 anni, quella mediana da 60 a 62.
Aumenta il numero di anni di contribuzione con cui si arriva al pensionamento. Tra i nuovi pensionati di vecchiaia l’incidenza di coloro che hanno versato contributi per non più di 35 anni scende dal 54,9 al 37,5% tra il 2003 e il 2014, quella di chi ha versato contributi per un periodo compreso tra i 36 e i 40 anni passa dal 37,6 al 33,7%, mentre per chi ha percorsi contributivi superiori ai 40 anni l’incidenza si quadruplica, passando dal 7,6 al 28,8%.
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